Notizie

Solaris: l’agricoltura sociale come esperienza di condivisione e rispetto

Pubblicato il:

  • Data: 21/07/2017

I progetti e i traguardi della Cooperativa di Monza e Brianza raccontati da Andrea Caserini ed Emanuela Macelloni. La storia emblematica di Stefano, giovane ipovedente che gestisce un terreno da coltivazione.

Ci sono storie che scardinano senza timore luoghi comuni su ciò che riteniamo realmente fattibile o addirittura concepibile e questo avviene attraverso un solo e unico mezzo: crederci offrendogli opportunità concrete. Gli ingredienti, se parliamo in particolare di disabilità, sono quelli dell’inclusione e della valorizzazione delle competenze altrui. Una storia così è, ad esempio, quella di Stefano, giovane ipovedente con una voglia inesauribile di fare e imparare. Una malattia degenerativa gli ha tolto quasi del tutto la capacità di vedere ma non la passione e la competenza per la cura, l’attenzione e la coltivazione della terra che hanno resistito alle intemperie della disabilità tramutandola in una diversa abilità, da cui imparare e allo stesso tempo afferrare nuovi orizzonti. Tutto ciò grazie sia alla sua tenacia sia a un contesto che attraverso il prezioso strumento dell’agricoltura sociale gli ha permesso di stringere di nuovo le redini della propria esistenza e del suo talento. Questo contesto è rappresentato da Solaris Lavoro e Ambiente, Cooperativa sociale di tipo B appartenente alla rete di Agricoltura Sociale Lombardia, nonché uno dei fiori all’occhiello del territorio di Monza Brianza.  Nata nel 1984, a fianco di numerose iniziative, ha sviluppato nel tempo un’importante attività formativa e inclusiva sul fronte dell’agricoltura sociale, come ci racconta uno dei suoi referenti, Andrea Caserini, che è anche il coordinatore territoriale di Monza Brianza per Agricoltura Sociale Lombardia: “In ambito di agricoltura sociale Solaris gestisce due differenti orti. Il primo, situato su Carate Brianza, accoglie 6 percorsi di inclusione lavorativa. Il secondo, a Casatenovo, ne accoglie 5. Nel complesso, Solaris Lavoro e Ambiente è una realtà composta da 80 persone assunte. Tra queste, 35 sono in condizione di svantaggio o disabili. I nostri settori produttivi sono la manutenzione del verde, i servizi grafici e di comunicazione, i servizi di efficientamento energetico degli immobili e l’agricoltura sociale”.

Qual è il significato principale che il gruppo di lavoro della Cooperativa attribuisce all’agricoltura sociale?

L’agricoltura è un contesto lavorativo basato sia su competenze specifiche che su competenze generiche, le quali possono essere acquisite grazie ad impegno, motivazione e serietà – evidenza Andrea Caserini – Queste tre caratteristiche sono presenti, nelle persone in situazione di svantaggio che Solaris accoglie per avviare percorsi di inclusione al lavoro. L’agricoltura, quindi, acquisisce la valenza di “sociale” nel momento in cui si rivolge a persone che, per età, episodi di vita, condizioni di disabilità, sono escluse dal mercato del lavoro e, di conseguenza, vivono una condizione di povertà sociale e relazionale, oltre che economica. Ecco che sui nostri terreni, grazie al loro impegno, alla loro motivazione e serietà, le persone possono riacquistare la dignità sociale data dal lavoro e la dignità economica data dal riconoscimento di un compenso”.

In questo contesto ricco di attività si inserisce anche la storia di due giovani, Stefano, con disabilità alla vista, e Alvaro, con disabilità di tipo psichico. L’inclusione è avvenuta attraverso un percorso di tirocinio attivato grazie al Bando regionale – promosso e finanziato dalla Provincia di Mantovaper l’alternanza, l’orientamento e l’inserimento dei giovani disabili. L’esperienza ha coinvolto anche la preziosa sinergia dell’Unione Italiana Ciechi che ha collaborato in maniera forte per rendere possibile l’esperienza formativa e lavorativa a Stefano.

Com’è iniziata la collaborazione con L’Unione Ciechi? “La Provincia di Monza, nostra partner istituzionale nel Progetto Colture in Rete (ASL), ci ha messo in contatto con il presidente della sezione provinciale, Luca Aronica, che da tempo cercava aiuto per la formulazione di una risposta in favore di un loro associato – spiega Andrea Caserini – Dall’incontro, e dall’ascolto della storia di Stefano, è arrivata l’idea di metterci alla prova, raccogliere la sfida e provare a costruire un contesto lavorativo capace di accogliere e valorizzare anche una persona ipovedente, consentendole di lavorare e di riappropriarsi di un ruolo proattivo e permettendo anche a noi stessi di imparare tanto. L’esperienza mette, infatti, in evidenza quanto sia importante la comunicazione tra le persone. Stiamo formando un vero e proprio gruppo educato al rispetto. Anche solo avvisare un collega che ci si sposta è un segno importante di attenzione nei suoi confronti perché se una persona non ci vede non può accorgersi subito della nostra assenza o meno. Questi sono insegnamenti che valgono per tutti”.

Da segnalare che all’interno di Solaris lavora da ben 8 anni, nel settore informatico, anche un altro ragazzo ipovedente, Walter, con contratto a tempo indeterminato.

Durante la nostra intervista ci confrontiamo anche con un’altra figura saliente di questa storia, ossia Emanuela Macelloni, coordinatrice del progetto che ha coinvolto Alvaro e Stefano.

Scopriamo insieme i vari passaggi. Com’è avvenuto l’inserimento di Stefano e Alvaro e quali tipi di attività svolgono in specifico? “Sia per Stefano che per Alvaro il contatto per l’inserimento è avvenuto attraverso gli enti cui fanno riferimento. Con entrambi e prima dell’inserimento del percorso sono stati organizzati incontri conoscitivi sia in ufficio che direttamente sul campo. Oltre che le disponibilità e il desiderio di prendere parte all’iniziativa sono state esplorate anche le pregresse esperienze e competenze di ciascuno insieme, ovviamente, ai bisogni e alle necessità organizzative e strutturali. Il fatto che Alvaro conoscesse ed avesse già collaborato con Stefano è stato senza dubbio un punto di forza non indifferente poiché da solo costituisce una mediazione per l’inserimento ad un livello già avanzato. Per quanto concerne le attività nello specifico l’obiettivo è quello di rendere lo spazio fruibile a 360 gradi: ciò significa che Stefano deve essere messo in condizione di agire le normali attività di orticoltura in sicurezza ed autonomia. Per questo le attività specifiche non sono diverse da quelle che svolgono gli altri tirocinanti: semina, trapianto, cura delle orticole, pulizia delle prose, bagnature e raccolto. Il fatto che Stefano sia già formato in questo ambito è certamente un ottimo punto di partenza per noi ed è anzi lui che ci guida nella preparazione dello spazio e nella gestione delle attività, nonché in un modo nuovo di conoscere e riconoscere le piante. Stefano utilizza una serie di strumenti compensativi. Per esempio, per seminare nelle vaschette ha una Dima con dei fori che gli indicano il punto esatto dove porre il seme. Per scerbare non utilizza i guanti poiché gli toglierebbero sensibilità al tatto e non sarebbe più in grado di riconoscere le piante. Per trapiantare utilizza un sistema di fili posizionati lungo la prosa che gli consentono di trapiantare le orticole in linea. Per seminare in campo utilizza un bastone posizionato a terra con cui fa un piccolo solco sul terreno: questo gli consente di avere una specie di sentiero ed un avvallamento nel terreno che userà come dimora dei semi. Con piccoli accorgimenti, a costo praticamente nullo, lui stesso si attrezza per compensare il senso della vista ed operare allo stesso modo degli altri. Questi strumenti sono poi facilitazioni utili a chiunque. Chiaramente l’aspetto dello spazio e della sicurezza sono il punto di maggiore attenzione. La sua area deve necessariamente avere dei riferimenti con cui può orientarsi e deve essere il più possibile priva di avvallamenti o buche che potrebbero fargli perdere l’equilibrio. Questo è per esempio un aspetto che Alvaro ha e conosce e a cui lui stesso pone rimedio anticipando il problema: ieri ha, per esempio, ricoperto delle buche che potevano risultare pericolose”.

Dal punto di vista della coordinatrice del progetto quali riflessioni scaturiscono in merito a questo importante tema di scardinamento di uno stereotipo non da poco, ossia che anche una persona ipovedente o non vedente riesca a lavorare in ambito agricolo?

“Risulta quasi banale sottolineare come il senso di conoscenza del mondo che più utilizziamo sia la vista. La nostra è una cultura dell’immagine e non a caso foto e video sono i mezzi più diffusi su media e social. Tutti gli altri sensi sono per noi secondari. Per questo ci stupiamo o partiamo dal presupposto che sia impossibile che un non vedente possa coltivare un orto. Inclusione non è pensare di privarsi di un senso per mettersi nelle condizioni di un altro. Questo sarebbe impossibile oltre che una forzatura non richiesta. Inclusione deve allora diventare il fatto di accettare che non esiste un solo modo, il nostro, per conoscere qualcosa: ne esistono tanti e fare di questo un’occasione di formazione e potenziamento delle abilità. Un esempio pratico? Lo stesso giorno ho chiesto a Stefano ed Alvaro di scerbare due differenti prose dalle infestanti. Stefano aveva una prosa di fagioli e Alvaro una prosa di aromatiche. Risultato? Stefano ha eliminato tutte le infestanti distinguendo tra portulaca e gramigne e non ha sbagliato un colpo. Alvaro ha strappato qualche pianta di finocchietto poiché ha ritenuto fossero infestanti. L’errore non è però solo di Alvaro che ha utilizzato solo la vista non riconoscendo nel finocchietto la dignità di pianta da coltura: l’errore è stato mio che ho dato per scontato che lui avrebbe riconosciuto con la vista le piante da scerbare e quelle da coltivare. In definitiva si tratta non di escludere qualcosa, la vista, ma di fare affidamento anche su qualcos’altro: tatto e olfatto. Se io fossi di fronte a due piante, una di fagiolini e l’altra di fagioli e pretendessi di riconoscerle solo con la vista fallirei il mio obiettivo: sono molto simili. Se io mi affidassi al tatto sarei allora in grado di riconoscere che il fagiolino ha sì una foglia lanceolata come il fagiolo ma che quella del fagiolo è rugosa al tatto e quella del fagiolino più liscia. Allo stesso modo potrei confondere prezzemolo e anice neonati, ma se mi affidassi all’olfatto sarei certa di non sbagliare. Se decidessi di trapiantare delle piantine senza utilizzare un filo che possa condurre i trapianti in modo ordinato le mie piante anziché in fila risulterebbero di certo a zig zag… anche se ho la presunzione di vederci perfettamente. Inclusione non è quindi escludere il senso che ho “in più” ma potenziare quelli che non uso per perfezionare il mio lavoro. Questo è un punto di partenza utile a tutti i tirocinanti che sono così ricondotti ad una visione globale dell’orto. Anche l’organizzazione dello spazio ha gli stessi presupposti. Un attrezzo lasciato in giro non è un pericolo solo per chi non lo vede ma lo è per tutti. Resta fondamentale considerare i bisogni “speciali” di Stefano come occasione di formazione all’utilizzo degli spazi, alla cura del luogo di lavoro, alla cura delle relazioni, alla conoscenza delle attività: non come limitazione al gruppo ma come potenziamento”.

La giornata tipo di questi tirocinanti: come si svolge l’impegno lavorativo e come si struttura il percorso formativo che ne fa parte?

“Nell’orto non sempre esiste la possibilità di standardizzare le attività. Ci sono variabili che intervengono e che spesso risultano poco prevedibili e bisogna mantenere una certa elasticità.  Esiste una programmazione ma come per tutti i lavori ci sono spesso emergenze da contenere o affrontare. A livello sovraordinato naturalmente ci sono degli obiettivi che riguardano tutti i tirocini. Un luogo di lavoro, che sia un orto o un ufficio richiede di fare propri alcuni passaggi: la cura dello spazio, la cura delle relazioni, l’osservazione delle regole, l’analisi delle strategie, il perseguimento degli obiettivi, la gratificazione. Dunque il lavoro è strutturato trasversalmente per far sì che ciascuna di queste aree sia ricompresa nel senso e nella direzione delle attività. L’impegno lavorativo varia in funzione del tipo di tirocinio attivato, come numero di ore e di conseguenza anche rispetto alle responsabilità che si possono eventualmente affidare a ciascuno. L’orto offre la possibilità di ricomprendere svariate attività che hanno l’unico limite in quelli che sono i tempi della natura. Ciò che si può e si deve fare è poi osservare le capacità di ciascuno e cercare di potenziarle. Un po’ come una programmazione delle risorse del personale in un’azienda: tutti devono conoscere il lavoro nella suo complessità ma poi ciascuno ha risorse personali che possono e devono essere coltivate e impiegate. Per fare un esempio pratico uno dei ragazzi della comunità della Parpagliona ha particolari attitudini di conduzione del gruppo e attenzione alle diverse fragilità. Caratterialmente sa mettersi a disposizione degli altri. Per questa ragione su di lui abbiamo attivato un progetto di affiancamento di Stefano che gli consenta di assumere un ruolo di coadiuvante e di potenziare le sue competenze. Questo è solo un esempio di progetto individualizzato ricompresa nel più ampio progetto di agricoltura sociale proprio del nostro orto. Stefano, dopo aver raggiunto il proprio obiettivo di autonomia, avrà un successivo compito di guida verso altri ipovedenti o non vedenti che speriamo possano essere inseriti nelle attività in futuro. Anche su questo dunque possiamo concludere che il tema è la possibilità di generalizzare gli obiettivi di un qualunque luogo di lavoro utilizzando semplicemente l’orto come palestra”.

 Articolo di Sara Bellingeri – Responsabile Ufficio Stampa e Comunicazione Agricoltura Sociale Lombardia

 

 

DSCN8019

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *